La storia di Peppino Impastato!

Verso le ore 1 del 9 maggio 1978, 39 anni fa, un ordigno esplosivo collocato sulla ferrovia tra Trapani e Palermo uccise Giovanni Impastato, giornalista e attivista italiano di appena 30 anni.
Le Forze dell’Ordine, la magistratura e la stampa parlarono subito di un atto terroristico: sostenevano che Impastato avesse voluto far esplodere una carica di tritolo sui binari, ma che fosse rimasto vittima della sua stessa bomba. Amici e familiari della vittima venivano interrogati e accusati di essere complici dell’attentato, sulla base di questa a dir poco surreale ricostruzione dei fatti. In realtà tutti sapevano che cosa era successo e qualcuno ebbe anche il coraggio di scriverlo sui muri della città di Palermo: “Impastato è stato assassinato dalla mafia”!

Giuseppe Impastato, detto Peppino, nasce a Cinisi, in Provincia di Palermo, il 5 maggio 1948. La sua famiglia era mafiosa: sia suo zio, sia altri parenti erano mafiosi, il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella.
Ancora ragazzo, Peppino litiga con il padre: non condivide quello stile di vita. Scappa di casa e incomincia ad impegnarsi in ambito politico e culturale per combattere la mafia.  Nel 1965 fonda un suo giornale, che chiama “L’idea socialista”. Dieci anni dopo costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge appunto attività culturali. Nel mezzo Peppino lotta al fianco di contadini, edili e disoccupati, le cui terre venivano espropriate per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo.

Il suo attivismo arriva al culmine nel 1977, quando fonda “Radio Aut”, una radio libera e autofinanziata, che Peppino utilizza per denunciare ogni giorno gli affari dei mafiosi della sua zona, Cinisi. In particolare il suo bersaglio è il capo mafioso Gaetano Badalamenti, responsabile appunto della gestione dell’aeroporto di Palermo, fulcro dei traffici internazionali di droga in cui Badalamenti ha un ruolo di primo piano.
La radio acquista notorietà, anche grazie a idee come Onda Pazza, trasmissione satirica che sbeffeggia mafiosi e politici.

Nel 1978 Peppino decide allora di candidarsi alle elezioni comunali. La sua campagna elettorale procede a gonfie vele fino a quella tragica notte tra l’8 e il 9 maggio. Al funerale di Impastato partecipano più di mille persone provenienti da tutta la zona di Palermo. I suoi compagni, i suoi seguaci e i suoi sostenitori non ci stanno ed incominciano una lunga battaglia per far emergere la verità. L’opinione pubblica aveva trascurato la vicenda, a causa dell’omicidio di Aldo Moro, avvenuto lo stesso giorno. Le stesse Forze dell’Ordine avevano appunto ignorato, forse volontariamente, ogni possibile pista di indagine. Sono gli amici stessi di Peppino a sostituirsi in questo ruolo ed indagare a fondo sull’accaduto. Scoprono che il tipo di ordigno esploso, era lo stesso utilizzato dai mafiosi nelle cave. Soprattutto riescono a trovare il casolare in cui Peppino era stato portato e picchiato fino alla morte o quasi. I mafiosi avevano poi simulato l’attentato per depistare le indagini. Nel casolare vengono individuate delle pietre con macchie di sangue. Ai suoi compagni tocca anche l’inquietante compito di raccogliere i resti del corpo di Peppino, che però risulteranno decisivi per la risoluzione del caso.

Già 48 ore dopo l’attento, il Centro Siciliano di documentazione di Palermo presenta un esposto alla procura in cui sostiene che Peppino è stato assassinato.  Nello stesso giorno il medico legale Ideale Del Carpio smonta in università la tesi dell’attentato e del suicidio. Intanto Umberto Santini tiene l’ultimo comizio elettorale al posto del suo amico Peppino e accusa i mafiosi, e soprattutto Badalamenti, di essere i responsabili dell’omicidio.
Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell’omicidio. La gente fa sentire il suo appoggio ed alle elezioni comunali Impastato viene eletto consigliere comunale con 260 voti, nonostante sia morto.

Grazie a tutta la documentazione raccolta e alle denunce presentate, nel luglio dello stesso anno viene riaperta l’inchiesta giudiziaria. Il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario del delitto, viene organizzata la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese. Nel maggio 1984 il Tribunale di Palermo riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però a ignoti. Nel 1992 lo stesso tribunale decide però per l’archiviazione del caso, escludendo la possibilità di individuare i colpevoli. Il Centro di documentazione siciliana, diventato nel frattempo Centro Impastato, non si arrende.  Dopo due anni di lavoro, presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta.
Le vicende giudiziarie si susseguono ancora per anni, fino alla fatidica data del 5 marzo 2001, quando Vito Palazzolo viene riconosciuto colpevole dalla Corte d’Assise e condannato a 30 anni. L’11 aprile 2002 anche Gaetano Badalamenti viene condannato, ma all’ergastolo.

La lotta di Peppino Impastato e poi dei suoi compagni, rimane tutt’ora uno degli esempi più limpidi di opposizione agli orrori mafiosi. A lui sono stati dedicati sia un film sia una canzone, entrambi chiamati “100 passi”, ossia la distanza che divideva la casa di Peppino da quella di Badalamenti, il capo mafioso che lo ha ucciso. Peppino non è scappato, non si è allontanato, ha deciso di rimanere lì a urlare, a lottare, a difendere: ha pagato con la vita per i suoi ideali, che però non moriranno mai.